Ricordi di un ex alunno sul valore degli studi classici

Sul liceo classico, che è poi il paradigma della scuola tutta, tre elementi: 1 si tratta di una scuola pubblica cui può accedere chiunque. Questa cosa si dà per scontata spesso. Non lo è. 2 La dicotomia tra palestra di ragionamento critico e studio della civiltà antica ha poco senso: non uno senza l'altro. Il greco aiuta a ragionare filologicamente ed è il codice di decodificazione di un mondo passato, di un mondo altro, di un mondo meraviglioso. Senza la lingua, c'è la divulgazione: che va benissimo, ma è un'altra storia. Invece è da spazzare via per sempre la storia delle radici, per fortuna passata un po' di moda. Tocca prendere atto che il nostro mondo non è l'unico possibile: paradossalmente, questa consapevolezza un buon liceo classico la costruisce benissimo. 3 Il liceo classico è importante per i suoi modelli, ma anche per i suoi muri, per il fatto di esserci nelle periferie e nelle province del nostro Paese. Il mio liceo, fondato per il capriccio di un gerarca fascista importante, ha dato certo una patina culturale alla piccola borghesia di Cento, ma la sua porta è stata sempre aperta per il contadino di Renazzo, di Decima, di Dodici Morelli. Ci ha fatto toccare i bastioni dell'Acropoli dall'Emilia profonda. È stato un dono la cui importanza non potrò mai sovrastimare. Poi al ginnasio c'era il prof. Claudio Ricci, che insegnava il greco e il latino e la storia antica. Con Ricci, complice l'età grigia ed infelice, non ho troppe storie che fanno ridere. Entrava in classe e con la sua voce piuttosto nasale si metteva a interrogare: guardava fuori dagli occhiali, "scegliamo due vittime", eccetera, e poi chiedeva proprio tutto: i paradigmi, le forme, la legge di Osthoff, quella di Grassman, la metatesi di posizione. Essendo poco portato per natura alle regole, e molto alla cialtroneria, la cosa mi sembrava spesso straziante, e anche i voti andavano un po' sull'altalena. Poi, però, arriva un giorno in cui ci legge un passo di Tucidide, egigneto te logo demokratia... In quel momento mi si affacciò al cervello l'idea che tutta la ramanzina sulle particelle e tutti gli accessori erano una specie di lavoro paziente del liutaio che costruisce piano piano il violino che suona meglio di tutti, immagine che mi venne in mente perché una voltra aveva consigliato di leggere il libro Canone Inverso. Quando poi giungeva a parlare del mondo antico gli si spalancavano gli occhi e l'anima. Lo avrei ascoltato per giorni. Capivo che tutto era sorretto non solo dall'entusiasmo per la sua roba, ma da un sincero amore per l'umanità, per come potrebbe essere, e per come in fondo sperava, con la giusta severità, che diventassero i suoi alunni di un liceo di campagna. Critici e onesti, ripeteva più o meno continuamente. Il suo essere morale lo portava a valutare i compiti con la lima: meno 0,25 lì, meno 1,5 là: se il tuo compito era uno schifo non era suo costume addolcirtelo con lo zucchero quando te lo restituiva. Comunque, arriva il 28 maggio 1998, giovedì. Arriva l'ultima versione di greco con lui. Al giro prima, onta delle onte, io che venivo da un ambiente così religioso, avevo preso 5 in una banalissima versione dal Vangelo di Luca. Il 28 maggio, invece, versione di Luciano sul pomo della discordia, tutto fluisce e viene bene. Alla riconsegna dei compiti la settimana seguente - mi ricordo bene, aveva una camicia nera a pois - mi chiamò in cattedra per ultimo: 9/10, e le parole: "sei sconcertante". L'ho invitato al mio matrimonio: ha letto a me e mia moglie "in viaggio per Itaca".