Il Liceo Cevolani: un possesso per sempre
Ripensare al Liceo Cevolani è un’operazione che coinvolge almeno due livelli. Quello affettivo: qui sono nate le amicizie di una vita e si sono innestate le prime gemme identitarie della mia personalità adulta.
Quello educativo, in senso lato: grazie al Prof. Squerzanti ho imparato che la classicità significava prima di tutto libertà e ampiezza di sguardo, grazie al Prof. Ricci e ai suoi sabati dedicati alla storia del cinema ho iniziato a scolpire un senso critico, al contempo estetico e spirituale, che fosse veramente mio. Il liceo mi è mancato così tanto da tornarci, un paio di anni dopo la maturità, per un tirocinio universitario. Si comprendono molte cose, a invertire la prospettiva. Insegnare è l’arte di tramandare senza la pretesa di poterlo fare interamente, e la felicità del docente è proprio quella di sapere che ci sarà sempre uno scorcio inafferrabile capace di non farci smettere di cercare il vento. Credo sia questo senso di incompletezza l’eredità più preziosa cui uno studente possa aspirare.
Posso dire che, ora, al liceo torno ogni giorno. Quando penso al relativismo delle leggi e alla contemporanea legittimità di più pensieri, sistemi, mondi; quando ciò che sento lontano, talvolta incomprensibile, accende la mia curiosità; quando comprendo che la discrezione, in tempi così strepitanti, è sinonimo di intelligenza.
Grazie, allora, al liceo Cevolani e a chi continua a farne pulsare le ispirazioni, capaci di fornire gli strumenti per sublimare una realtà spesso deludente. Perché il mondo non si esaurisce in ciò che vediamo e la capacità di inventare può venirci solo dalla conoscenza nella sua forma più coraggiosa. E, se qualche volta ci vedete tra le nuvole, sappiate che è "colpa” del liceo: stiamo cercando un’altra strada, magari impervia, che i nostri maestri – antichi o nuovi, busti in marmo o professori con cui oggi prendiamo un caffè – ci hanno suggerito.
